alba a pierino

alba a pierino

venerdì 24 giugno 2011

la Cresima di Agnese

Cigoli, 24 giugno 2011, San Giovanni Battista. Rito della Confermazione.

Agnese fa la Cresima.

Prima di partire per la chiesa.



In chiesa per la cerimonia.



La cena con i parenti, in Gargozzi, da Papaveri e Papere, dell'amico Paolo Fiaschi.
Squisita e festosa.


La pubblicazione ricordo, ingentilita da due caramelle di gelatina alla frutta, della cioccolateria Venchi di Castelletto Stura, acquistati ieri, di ritorno da Cuneo.


giovedì 23 giugno 2011

preparativi per la Cresima di Agnese

Domani è San Giovanni Battista, ed è tradizione, nella parrocchia di Cigoli, di celebrare il Rito della Confermazione.
Quest'anno anche la mia Agnese farà la Cresima.

Per ricordare questo suo passaggio, sto preparando quattro volumetti, che conterranno testi e foto che sto realizzando proprio per l'occasione.

Non gli ho dato un titolo complessivo, ma ciascuno di essi contiene un foto-repertorio su di un frammento del nostro spazio di inizio millennio. Il soggetto è la natura, e la sua complementarietà con l'uomo.

Si tratta di quattro pubblicazioni, contenute ciascuna in un cofanetto in cartoncino colorato (un calore per ciascuna pubblicazione), costituita da un foglio stampato su carta riciclata “vivi verde”, contenente un brano autografo, ispirato all’opera di Salvatore Quasimodo, di cui mi sono riletto alcune poesie, prima di prendere sonno, la sera del solstizio d’estate di questo anno, corredato da una stampa fotografica, realizzata con la collaborazione dell’amico Francesco Sgherri, con la stampante digitale del Comitato Organizzatore del BuccianoFotoDiarioFestival, in formato 55x150 (mm), delle sei immagini componenti le collezioni fotografiche “spighe di grano, panorami, prospettive e erbe al sole”, realizzate il venti giugno scorso, durante un “passaggio” sull'ora di pranzo (come ai vecchi tempi), nella valle di Cafaggio, a sud di San Miniato, e stampate in sei copie per ciascuno dei quattro volumi, in ricordo della Cresima di Agnese. La stampa, grazie a Francesco, avverrà domani mattina, ventiquattro giugno duemilaundici, giorno della cerimonia.











Aspra, la ricerca.

Come è ignota la terra

ove ogni giorno affondo

e come mi sono segrete
le sillabe che la nutrono.

Come un’altra luce,
che sfoglia,
da sopra,
togliendo,
all’inizio di un ogni nuovo giorno,
la veste notturna.

E come si può cantare
nei giorni abbandonati,
coperti dall’erba dura del tempo,
dal lamento di una crescita stentata,
dalla voce nera di una pioggia
che non viene.

Come si può cantare
alle sfrondate messi,
appese a queste crete,
oscillanti
lievi e tristi al vento.




















Fatti d’aria.

Certo, ricordo,
è da quel nocio,
oltre la seconda curva,
da prendere lenta,
che si vedono vigne
e campi colorati dalla stagione.

E l’ombra di alberi scuri,
sparsi, quasi casualmente.

Lacrime che vagano su una terra mobile.

Desiderio di mani di menti chiare,

nella penombra del tempo,
della lotta dentro di esso.

Ogni colore è una fiamma.

Fiori limpidi, legni di querce,
fronde d’olivo,
ma anche rose.

E voli d’uccelli,
che cercano prede e semi.

E poi sole, tanto.

E ancora luce, abbacinante.

Con gli occhi fatti d’aria calda,
dell’estate che è arrivata.















Quel che si vede.

Ecco la vista,
mite,
fra larghi colli,
con crinali di boschi pensili,
su campi dorati del grano,
e i tanto verdi dei prati,
e i colori dei fiori.

Sale,
lo sguardo,
e poi aerei precipizi,

assorto,
al vento che muove i cipressi.

E la brigata dei profumi,
che lieve l’accompagna,

s’allontana nell’aria.

Come un’onda,
suoni e sensazioni, prende,

e trae paure d’ombre e di silenzi,
volano via.

Ecco, così,

rifugi di dolcezze,
assidue
e coccolanti.



















Fili d’Erba.

Mi soffermo, osservo, e poi muovo passi.

Fischio.

E sento l’erba che si strofina a me,
e il vento che la muove.

E’ come una voce che, talvolta,
è come se mi chiama.

Sì, una voce,

e non so che cieli ed acque
mi si svegliano dentro.

Una rete di fili d’erba,
smagliata dal vento,
e il sole che ne fa un dondolio di riflessi,
di scintille.

Come lampade,
ma vive di giorno,
piene di vento e di suoni.

Ecco,
richiama un telaio,
richiama un suono ritmato,
che batte lontano,
forse da un cortile.

mercoledì 22 giugno 2011

i Falò di San Giovanni a San Miniato

Da secolare memoria, si ripete, sul Prato della Rocca di San Miniato, la tradizione di accendere dei fuochi di paglia e fascine, a cui rispondevano i contadini delle campagne, per festeggiare l'inizio della mietitura del grano e scacciare la mosca infetta portatrice di malattie per gli animali.

Questa sera, con amici, anche noi siamo saliti in Rocca a bruciare le nostre mosche.


Giungi in città, dai ragazzi della Pro Loco abbiamo acquistato le rificolone, fischi e la Mosca.
La Mosca è una spiga di grano legata con un capo d'aglio sulla cima di una canna, che sarà poi cotta sotto la cenere dei grandi falò. L'aglio e la spiga sono simboli pagani portatori di un duplice significato, scacciare gli spiriti maligni e proteggere i raccolti delle messi che stavano per essere mietute.


Con i bimbi e gli amici, anche noi abbiamo formato il nostro lungo trenino, con le nostre ondeggianti e colorate rificolone, per salire ai 192 metri s.l.m. del prato della Torre di Federico II°, accompagnati dal suono stridulo dei fischietti.




Sul prato della Rocca è festa già al tramonto, con i bimbi che saltano e fanno le capriole.


Ci siamo portati un po' di carne da fare alla brace. E, visto che i falò non sarebbero stati accesi prima delle 22,00, e la fame un po' chiamava, abbiamo chiesto agli amici del Comitato per le Feste Popolari, che stavano cuocendo salsicce che vendevano assieme al pane e prosciutto e vino, se avrebbero ospitato la nostra carne sul loro braciere. Sono stati così gentili dal farlo.




Quest'anno, la festa dei falò di San Giovanni incontra la Luna è Azzurra.
L'artista israeliana Jay Tor è FireFinger e presenta il suo spettacolo “Miss Flame”.
















Dopo lo spettacolo sono stati accesi falò.



E noi, come altri, ci siamo messi a giocare intorno al fuoco. Buttando nel fuoco, alcune delle nostre "zanzare".



E quando cominciava ad esserci un po' di brace, ci siamo messi a cuocere le nostre salsicce e bruciare le nostre mosche.
Per resistere al calore, però, si doveva stare sdraiati a terra!


E' quasi mezzanotte quando decidiamo di lasciare la festa.


Ci siamo girati un attimo, prima di prendere le scale, e questo era lo spettacolo che ci lasciavamo dietro.
Un "bravi!" a questi ragazzi, i promotori del Comitato, che hanno ancora la cura di tenere viva questa tradizione, questa festa popolare.
E' grazie alla loro passione ed al loro impegno, che noi, come tutti i presenti, hanno avuto la possibilità di vivere la gioia di questa serata.