alba a pierino

alba a pierino

giovedì 28 febbraio 2013

notte di luna piena, a Pierino



L'ho vista anch'io, 
levarsi da dietro gli alberi, 
lì 
dove, al mattino, 
l'alba aveva ammantato di rosso fuoco 
le chiome spoglie degli alberi. 
Fredda, silenziosa ma vicina. 

E le emozioni 
e i pensieri 
sono stati diversi dai tuoi.

Ho visto la luna dietro gli alberi, 
e mi sono fermato a guardarla, 
ed ho pensato 
che sarebbe stato bello 
condividere l'emozione di quella vista. 

Ho pensato anche a te, 
che ti avevo raccontato del cielo diviso in due. 


Poi, 
l'ho anche fotografata, 
per farla e fartela vedere. 
Per donare, e donarti, 
quelle mie stesse emozioni.

martedì 26 febbraio 2013

all'alba, catturando il tempo


Interpretare il tempo.
Questo vorrei fare, guardando dalla finestra.
Il tempo, quello atmosferico. Immaginare, tentare di scoprire che tempo farà oggi.
In questi giorni di fine febbraio, con la merla che sembra essere arrivata con un mese di ritardo.


Il tempo atmosferico, non il tempo che fa la storia, quello che passa, segnato dalle ore e dai giorni, dagli anni.
Che soltanto la memoria, lo scatto di un'immagine, è capace di fermare per un istante, nella mente come in una foto.
Mi affaccio dalla finestra e vedo le prime luci dell'alba, che colorano il cielo.
Con colori e luci che per descriverli faccio fatica a trovare parole.
E mentre osservo, mi accorgo che, lento, il tempo scorre, e i colori, le forme, la luce, mutano.
Se osservo con attenzione, allora il tempo sembra passare più in fretta. Non penso più al tempo che farà, ma al tempo che sta passando, e che sto perdendo.
Corro a prendere la macchina fotografica, perché lui, il tempo, non aspetta, lui scorre lento e in fretta nello stesso istante. Lui sembra non guardare indietro, ma passa e non si ferma mai.


Apro la finestra, osservo, cerco l'equilibro tra quella luce che infuoca il contorno della collina, che incendia i contorni degli alberi, che rivela le sagome della case di Buecchio, e scatto, pensando di cogliere tutte quelle emozioni.

lunedì 25 febbraio 2013

serata di paella e flamenco a San Martino



Serata particolare, quella dello scorso sabato, nel suggestivo scenario della chiesa di San Martino, trasformata da molto tempo in auditorium, sala convegni e delle feste, con l'apertura dell'Hotel San Miniato, ricavato negli spazi e nei volumi del vecchio carcere mandamentale di San Miniato.


La formula, già sperimentata nel gennaio dello scorso anno, è quella dell'apericena.
Dove si mangia e si beve ciascuno al nostro posto, al nostro tavolo, ma ci si alza per prendere le pietanze che di volta in volta il servizio pone sul tavolo del buffet.


Il menù prevede tapas, paella e  postres.
Pane con del passato di pomodoro, prosciutto crudo e formaggio. Mini tortillas con peperoni capperi e acciughe, e gustosissime croquetas, croccanti polpettine di tonno baccalà e patate insaporite da un trito aromatico di prezzemolo e timo.
Una buonissima Paella mista e del  Baccalà con uova serviti come secondi.
Risolatte al limone, risolatte alla cannella e Bizcocho con salsa di limone come dolci.



I vari piatti venivano intramezzati dalla musica e dalle danze dell'amica Maria Teresa Spinelli e allieve della sua Compagnia di Flamenco e Classico Spagnolo.









 Le ragazze riempiono, come un ciclone, con i colori dei loro bellissimi abiti, la sensualità dei loro gesti, l'energia della musica che le accompagna, l'intera sala.



domenica 24 febbraio 2013

domenica di tempo volubile


Domenica dal tempo incerto, variabile, in continuo cambiamento.
Stamani è caduta pioggia, e grossi fiocchi di neve, come grosse patacche di neve fradicia.
Finito di pranzare la casa si è pian piano illuminata, investita dal sole che si era improvvisamente affrancato da dietro le nuvole.


Una luce chiara, vivida, era entrata dai vetri delle finestre, dopo aver inondato la vallata.

Ho guardato fuori. Le pietre, le poltrone senza cuscini, le travi del pergolato, i rami del rosmarino, l'erba bassa del prato del giardino, tutto scintillava. Erano le gocce d'acqua caduta da poco, e che dovevano ancora asciugarsi, sparse ovunque, a riflettere al luce del sole.


Alzo gli occhi al cielo, e lo vedo tagliato in due, nettamente. da una parte azzurro, dall'altra cupo.

Corri! —, ti chiamo.
Vieni a vedere! Il cielo è spaccato in due!

Arrivi, ti prendo per mano, apro la porta, usciamo di qualche passo.
L'aria è fredda, ma stranamente calma, immobile.
Alla nostra sinistra il cielo è azzurro e limpido. Si va sporcando un po' verso il centro, davanti a noi, con delle nuvole pallide e sfilacciate. Difronte ai nostri occhi, attraverso le travi del pergolato, e poi davanti, oltre la collina, coperta da un bosco ravvivato dal sole, maculato di piccole macchie chiare, di foglie secche ancora appese ai rami. E sulla nostra destra, un cielo nero, intenso, di temporale, che sembrava bollire di umori e rumori.


C'è stato il tempo di un sorriso, di una forte stretta di mano, come a sottolineare l'emozione, e poi dentro, al riparo dal freddo, e da gocce d'acqua che già stavano cadendo.

sabato 23 febbraio 2013

la confettura di arance amare



Del pomeriggio di lavoro, svoltosi attorno a Piazza Aranci, a Massa, dello scorso lunedì, oltre alle immagini raccolte qui sul blog, ho raccolto anche qualcos'altro.
Zitto zitto ho preso una busta che avevo in macchina, ne tengo sempre qualcuna, ed ho staccato da qualche albero della pizza, e dintorni, una decina di arance.
Già 5-6 anni fa, sempre a Massa per lavoro, avevo scoperto questi alberi, ed una signora mi spiegò di quelle arance amarissime, immangiabili, ma mi aveva raccontato anche di fantastiche marmellate che lei realizzava con quegli aranci selvatici.
Allora ne raccolsi un po', e provai anch'io a preparare, con quelle arance, una marmellata, seguendo, più o meno, una ricetta che trovai sul web. Mi venne buonissima.


Ieri, nel tardo pomeriggio, appena Agnese ha finito di fare i compiti, ci siamo messi a preparare una confettura con le arance che avevo raccolto lo scorso lunedì.
Preparando ingredienti e materiale, mi sono accorto di avere pochi barattoli di vetro, così sono sceso in paese, e ne ho acquistati un po' all'emporio.
Ho ritrovato, sul web, la ricetta che usai anni addietro.
E come allora l'ho seguita con un po' di approssimazione.


Ho pesato le arance: 2 kg.
Le ho lavate bene, e le ho asciugate.
Dopo averle tagliate a metà, Agnese ne ha tolto il succo con la spremiagrumi, mentre io ho cominciato a tagliare le bucce a piccoli quadretti e filetti.



Agnese ha versato il succo nella pentola e poi ha tolto con il cucchiaio un po' di polpa da alcune bucce che ne presentavano un po' troppa.


Io, impiegandoci quasi un'ora, ho finito di tagliare le bucce e le ho messe nella pentola assieme al succo.
I semi e la polpa separati dalla spremiagrumi, diversamente dalla ricetta che diceva di metterli in un sacchetto di stoffa e farli bolire con il resto, li abbiamo buttai nell'organico.


Finita questa prima fase, abbiamo cenato, e poi abbiamo proseguito con la preparazione della confettura.
Nella pentola, assieme al succo ed alle bucce, ho aggiunto 1,5 kg di zucchero. In pratica tutto quello che avevo.
La ricetta diceva di aggiungerne 3 kg, più 3 litri d'acqua. Ma considerato che la pentola era ormai già colma, io ho aggiunto solo l'acqua necessario per coprire il tutto, più o meno mezzo litro.
Quindi ho messo a bollire il tutto. La potenza dell'elemento del piano cottura, il più piccolo, quello da 800 W, l'ho tenuta per tutto a 6, quella che uso normalmente per la bollitura della pasta.


L'ho fatta bollire, mescolando di tanto in tanto, per circa 3 ore. Durante la bollitura ho lavato ed asciugato i barattoli. Dopo la seconda ora, ogni volta che mescolavo, schiumavo quel poco che si formava lungo i bordi della pentola.

A fine cottura, che era già passata la mezzanotte, con la confettura ancora bollente, ho riempito i barattoli, di varia taglia, che avevo preparato. Appena pieni, li ho chiusi li ho messi, rovesciati, sul tagliere.


Questa mattina, dopo aver assaggiato la confettura su dei biscotti (buonissima!), ho pastorizzato i vasetti.

giovedì 21 febbraio 2013

crescita, decrescita, ed altre storie



Non ho mai usato questa mia finestra sul mondo per parlare di politica, almeno in maniera esplicita e diretta. Non lo farò neppure questa volta, e ho idea di continuare a non farlo.
Anche se a me la politica è sempre piaciuta, quella politica che ho imparato dal mio babbo, dalla mia famiglia, di quella passione per l'impegno nella cosa pubblica come luogo e momento in cui è possibile costruire una visione del futuro.
Ho fatto e faccio politica. Mi sono impegnato e mi sto impegnando in associazioni e partiti politici.
Ho partecipato ed ho animato campagne elettorali.


Quando ci si impegna volontariamente in qualcosa di pubblico e condiviso da altri, si fa sempre politica. Si può essere apartitici ma non apolitici.


Tutto questo premesso per entrare nel merito del commento dell'amico lettore "il poeta sulle 23"postato sul mio pensiero su di un piano B.
Più che averlo letto, di Lester Brown conosco alcune sue proposte di "ricette" per dare al mondo un futuro diverso da quello che il modello economico che fino a qualche decennio fa caratterizzava il solo cosiddetto mondo occidentale, ma che adesso si è esteso a tutto il resto del nostro pianeta, sta generando.


Con lo stesso livello, più o meno, di approfondimento, conosco le idee di Serge Latouche.
Francamente teorizzare la decrescita come un modello economico capace di dare soluzione ai problemi ambientali e sociali non mi trova concorde.
Se dovessi cercare dei punti di contatto, mi viene più semplice trovarli in Lester Brown, in quanto egli contempla il concetto di "sviluppo sostenibile", senza magari poi condividere diverse delle sue indicazioni, che magari non sono radicali come quelle di Latouche, ma che favoleggiano un ruolo centrale e salvifico dell'agricoltura. Probabilmente molto cogenti rispetto alla sua realtà americana, caratterizzata da un'agricoltura profondamente diversa, e per molti versi molto più "sviluppata" di quella europea ed ancor di più rispetto alla nostra, ma molto meno rispetto a qui.
Dove esistono già, anche perché mai particolarmente modificate, realtà di economia rurale molto vicine a quelle da lui teorizzate, che di fatto non hanno certo portato quei risultati che lui auspica.


Io ho vissuto di agricoltura fino a neppure dieci anni fa.
E se si pensa che la soluzione dei mali economici e sociali del pianeta è l'agricoltura, e quindi l'economia di sussistenza, allora sento di dover dire la mia.
L'economia del nostro paese si è retta per secoli sull'economia di sussistenza che poggiava le sue basi sul settore primario, l'agricoltura svolta attraverso il sistema mezzadrile. Famiglie numerose che ricevevano in uso, dal proprietario-padrone, un appezzamento di terreno appena sufficiente, a volte neppure, per dare il minimo di cibo loro necessario per vivere. Metà del loro prodotto andava poi al padrone. Il colono si autoproduceva tutto ciò di cui aveva strettamente bisogno. Ciò che non poteva autoprodursi lo acquisiva attraverso il baratto in cambio di ciò, pochissima merce, che produceva in eccesso al fabbisogno. I consumi erano perlopiù indotti dalla società parassita attorno al settore primario.
Il primo sviluppo che si è avuto, è stata la possibilità, "grazie anche alla prima meccanizzazione", di acquisire la proprietà del terreno da parte del contadino e di aumentarne la produttività così da riceverne non solo da mangiare, ma anche la possibilità di pagarselo.


Nei secoli scorsi nulla o quasi impattava sull'ambiente, ma la situazione sociale era drammatica, con la stragrande maggioranza della popolazione che era schiava del pezzo di terra dal quale, con enormi fatiche, traeva il minimo che gli consentisse di vivere.
La situazione sanitaria era catastrofica, con una mortalità infantile impressionante, ed una vita molto breve, rispetto ad oggi.
Ieri mi è capitato di leggere la biografia di Cosimo I de' Medici. A lui, primo granduca di Toscana, su 13 figli nati dal suo matrimonio con Eleonora di Toledo, davanti al cui ritratto del Bronzino ogni volta vado in estasi, solo 6 raggiunsero la maggiore età. La stessa Eleonora morì poco più che quarantenne.
E lui era il granduca, ed il resto della popolazione?


Senza uno sviluppo, un miglioramento ed un ampliamento delle opportunità di crescita sociale e culturale, un individuo non vedo come possa affermare di avere un futuro. Al più si potrebbe parlare di speranza di vita.
Naturalmente occorrerà inseguire la ricerca della formula più sostenibile possibile, ma io sono un po' stufo del tipo che ha fatto i soldi con qualche lavoro creativo, si compra il campetto e poi vive di rendita con l'appartamento affittato a terzi in città, volendo far credere che lui ha capito tutto.
Tornare a lavorare la terra? Certo, potrei essere anche tra i primi, ne ho ancora un po'.
Ma tutti gli altri, quale terra? Quella di qualche padrone?


Corredano questo post un po' di fiori, foglie e muschi fotografati a Pierino lo scorso primo febbraio.
Anche quella con l'ape sulla margherita all'inizio del post.


mercoledì 20 febbraio 2013

i quarant'anni di Lisa


Certe sorprese a volte sorprendono da come riescono.
Ieri era il compleanno di Lisa, il quarantesimo.
Insieme alle sue amiche, e i suoi amici, le abbiamo fatto una festa a sorpresa.
tanto a sorpresa, e tanto ben riuscita, che ci siamo sorpresi anche noi.



Lei era fuori, per un fine settimana, un po' allungato, a Roma.
Federica, sua sorella, e le sue amiche più care, hanno pensato a diffondere l'invito, organizzare la cena, gli addobbi, i regali, eccetera.


Ritrovo alle 20. Le auto lasciate lontane, la tavola apparecchiata in fretta, la foto di gruppo dei presenti e poi ognuno al suo posto, al buio ed in silenzio. In attesa del suo ritorno.
Alla finestra, Federica, di vedetta, ci avverte dell'arrivo. Apre la porta, si ritrova un po' di palloncini tra i piedi e resta perplessa. Accende la luce, e ci scopre, tutti quanti.







Spegnere quaranta candeline è una cosa particolare.





Per me il quarantesimo compleanno è stato un passaggio di una linea di demarcazione molto netta. Come aver saltato un bel fossato, ed aver cominciato a guardarmi indietro.
Il diciottesimo compleanno è stata la conquista della maggiore età, il quarantesimo è stato il momento della consapevolezza.

Auguri Lisa, e che bella festa da ricordare!