alba a pierino

alba a pierino

mercoledì 8 dicembre 2010

finali regionali pony games

Oggi gran finale del campionato regionale toscano ludico addestrativo di pony games.
La finale si è svolta a Pontedera (PI), al Centro Ippico "lo Scoiattolo".




La mia bimba, ed i suoi compagni di squadra, dopo aver a lungo tenuto la testa della classifica, durante i vari concorsi che ha disputato quest'estate, hanno dovuto cedere, per un solo punto, sconfitti in finale, il titolo alle rivali del S.E.M. di Impruneta (FI).

martedì 7 dicembre 2010

sale la nebbia

Sale la nebbia tra gli alberi colorati,
e dietro i cipressi che orlano i versanti.
Sale la nebbia verso un campanile
che segna il confine fra la terra e il cielo.



Sale la nebbia, che attraverserà strade,
e zone scordate che non si sa'.
Troverà uomini sparsi, in questa nebbia,
già densa, che non ci si vede più.



Sale la nebbia e c'è chi va,
dentro al buio, alle luci smorte.
Cala la notte, col suo silenzio,
con la musica dei suoni cessati.


lunedì 6 dicembre 2010

le maglie giallorosse

Metti che una domenica mattina passi per la tua solita strada, e vedi una cosa che ti fa tornare indietro.
Maglie giallorosse che correvano, tra altre maglie di un altro colore, dietro ad una palla che si mischiava al fango che copriva tutto il campo.


Mi sono fermato, e mi sono messo a guardare quelle maglie giallorosse sporche di fango, che correvano dietro ad una palla.




Sono stato un po'. La palla si mischiava al fango sempre più, e si impantanava.

Ho guardato correre quelle maglie giallorosse nel fango, fino a quando mi sono reso conto che sentivo sulla lingua il sapore di quel fango, come quando da ragazzo, con la mi maglia giallorossa correvo dietro al pallone che si impatanava nel fango.


domenica 5 dicembre 2010

il gelo è salito a Pierino

La quiete dei colori autunnali si nota sempre meno lungo le strade, come sugli umori...
Come il dolce malessere per un addio ad una stagione ormai superata.


Curiosità e prudenza, così uso indagare,
in questa domenica mattina che il gelo è salito fino a Pierino,
avventurandomi tra l'erba coperta di minuti cristalli di gelo.

sabato 4 dicembre 2010

dalle Marche, a via del Tritone

Oggi mi è capitato di rileggere una vecchia edizione dello Zibaldone.
Tra me e Leopardi c'è come un legame ancestrale, ne avevo scritto i motivi nel mio "ritorno dall'infinito", un diario di immagini e pensieri su di un viaggio fatto al mio paese natale, nelle Marche, con la bimba e il mio babbo nell'agosto del 2006. Diario con quale partecipai al Premio Pieve, ma con meno fortune di "trenAretino".

(...)
Nell’età dell’apprendimento, quella della sete e fame di sapere che ho vissuto da piccolo, la scoperta della poesia è stata come l’ingresso in una incomprensibile dimensione, dominata da una forte sensazione di indefinito.
Con la poesia avevo scoperto l’esistenza di un mondo parallelo a quello che vivevo, alla realtà. La poesia mi aveva aperto una porta che portava nell’universo che stava dentro di me. Non solo avevo scoperto la poesia, non solo avevo aperto quella porta, ma avevo anche scoperto Giacomo Leopardi, e lui mi ha accompagnato in un luogo infinito dentro di me.
Mi ricordo di aver imparato a memoria tante delle sue poesie, ma una tra tutte la sentivo mia. Parlava di me, parlava con me, usava le mie parole, usavo le sue parole.
Io non ho ricordi del mio luogo di nascita, della casa dove ho visto la luce, ma queste colline sono le mie radici, l’ho sempre sentito. Le mura della mia casa di nascita sono la collina di San Cristoforo da un lato e quella di Marnacchia dall’altro. Non sono mai stato a San Cristoforo, quindi non so cosa si vede da lì, da quella che è la finestra della mia casa natale.
Ma è come se l’avessi sempre visto e saputo. E’ come se vi avessi sempre vissuto oltre.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.



Aprendo a caso il volume, leggo alcune lettere di Leopardi al fratello Carlo, in cui racconta del suo soggiorno a Roma, dagli zii Antici, in via dei Funari.
Mi sono rattristito, e non so' se più per le note infelici di molti versi del poeta, o più perché disegna l’immagine di una città avara di punti di riferimento, come il luogo di un brutto sogno. Tanto da confidare al fratello che neppure i monumenti provocano in lui alcun sentimento, anzi, "la moltitudine e grandezza loro m’è venuta a noia dopo il primo giorno".

A volte le cose non succedono a caso, o meglio, a volte si è sufficientemente attenti a cogliere il nesso tra i fatti.
Mi è capitato in mano questo vecchio volume proprio oggi, dopo che stamani avevo messo in "ordine" le foto che avevo scattato lo scorso mercoledì 24 novembre, in via del Tritone, a Roma.



Fu proprio sul finire del mese di novembre, del 1822, che Giacomo Leopardi arrivò a Roma per la prima volta nella sua vita, ospite di parenti. Aveva ventiquattro anni ed era la prima volta che si lasciava alle spalle Recanati e il palazzo di famiglia. Nel suo baule da viaggio c’era una copia del Don Chisciotte in spagnolo, e nel suo animo un solo proposito giurato, trovare una sistemazione qualunque in città, anche a costo di prendere gli ordini religiosi o seguire all’estero un ricco straniero, pur di scrollarsi di dosso l’intollerabile tutela paterna.
Insomma, pur di crescere, sentirsi uomo.

Le cose non sono mai per nessuno, così come le dipinge la speranza.

Così, passata la fame adolescenziale, la visione della vita fatta più di speranze che di progetti, attese più che di osservazione, mi appaga di più del piacere del nuovo, la soddisfazione della ricerca. Della scoperta dei piccoli dettagli che costituiscono, e tengono in piedi, il quadro che ho di fronte.
Così, anche scolorando gli oggetti, racchiuderli dentro il piccolo spazio visivo concesso dall'obiettivo della macchina fotografica, la vera sfida con me stesso, è quella di appagare i miei sentimenti con quello che mi riesce di raccogliere, più che attendere quello che potrebbe venire (ma anche non venire).
Così di quel mercoledì a Roma, per ricordarmi di cosa abbiamo discusso durante i vari incontri, devo andarmi a rileggere gli appunti, mentre per ricordarmi la luce, i rumori, i colori e le immagini attraversati a passo lento nei 15 minuti tra il pranzo ed il rientro in ufficio, mi basta chiudere gli occhi e pensarci.


E' come se oggi, rileggendo queste lettere di Leopardi, avessi portato a conclusione un viaggio, dalle Marche, dal mio paese natale, passando per i miei sogni da adolescente, le fatiche giovanili, per giungere a via del Tritone, come essere giunto alla presa di coscienza dell'uomo che sono...






venerdì 3 dicembre 2010

da ieri a oggi

Firenze, aeroporto Amerigo Vespucci, Peretola.
Ieri, giovedì 2 dicembre 2010, ore 7,00.
Dal vetro del pulman aeroportuale per il mio aereo per Roma.



Pierino, finestra di casa.
Oggi, venerdì 3 dicembre 2010, ore 16,30.
Guardando verso ovest, verso il Monte Serra.

giovedì 2 dicembre 2010

clamoroso, a trenta metri dal Cibali

A me, appassionato di calcio, come chissà quanti altri, cresciuto di pallone e radiocronache negli anni '70, il nome "Cibali" sta a significare che al calcio si gioca con la palla, e che la palla è rotonda.
Può sembrare la più grande ovvietà del mondo, ma spiega più dell'ovvio.

Il grido di Sandro Ciotti a "Tutto il Calcio minuto per minuto" del 4 giugno del 1961 è entrato nella storia. È diventato uno slogan. Lo sentiamo tirare in ballo quando c’è un risultato clamoroso.

Ma il Cibali era, e lo è ancora, famoso per le condizioni del terreno. Zolle, erba a chiazze, e buche fanno parte della partita, qui al Cibali più che in ogni altro posto.
Quando da ragazzetti si giocava al calcio nei campetti di terra, ogni volta che si calciava male per un bizzarro rimbalzo del pallone, si imprecava contro "il Cibali".

Oggi ero a Catania, con la mia macchina fotografica dentro la borsetta, a parlare di paglia, brassica e grano che quest'anno non nasce per la siccità.
Ed ero a trenta metri dallo stadio, dal Cibali.
E nonostante fossi così vicino, clamorosamente, ne ho visto solo uno spicchio di tribuna, in fondo alla strada.



Sono partito da casa, tra la pioggia, i fulmini ed un vento gelido. A Firenze mi sono bagnato dal parcheggio all'aeroporto.
A Catania, appena sceso dall'aereo mi son detto: ”Ma che giro con il cappotto”.
In città c'era una splendida luce bianca, e profumi di agrumi. Gli alberi germogliati e i ragazzi in camicia.



E a pranzo, tanto pesce... e fichi d'india!


mercoledì 1 dicembre 2010

visita alla grapperia

La caccia ai combustibili solidi rinnovabili, mi ha portato dentro un gioiello della passione.
E per farlo sono salito fino a Schiavon, nel vicentino, vicino alle sponde del Brenta.
Ho attraversato Vicenza, e la dove nei giorni scorsi era corsa, facendo danni, una gran massa d'acqua, ieri si vedevano vialetti appena inghiaiati e rastrellati.
Forse a questa gente, ci vuole ben altro che un'alluvione per fargli davvero paura.

A Schiavon c'è la distilleria Poli. Ci accoglie Andrea, parliamo un po'.
Man mano che entriamo nel suo mondo, cresce la passione nelle sue parole.


Ci racconta la storia della sua famiglia, scesa dalle colline pedemontane.


GioBatta, così si chiamava il nostro bisnonno. Produceva cappelli di paglia, attività piuttosto fiorente all'epoca, ma aveva una grande passione, la Grappa. Costruì una piccola distilleria montata su un carretto, con il quale nei mesi invernali andava per case a distillar vinacce. Iniziò così, nel 1898, la nostra storia di grappaioli. —.


Ci apre la porta della distilleria, e prosegue il suo racconto...
Il nonno Giovanni raccolse l'eredità spirituale di suo padre. Ricavò un impianto di distillazione modificando opportunamente la vaporiera a legna di una locomotiva. Era un vero patriarca, mio nonno. Sembrava scolpito nel granito.
Un uomo dai principi morali inossidabili, ripeta sempre: "Vendi caro ma pesa giusto!". Aveva comunque uno spirito illuminato e progressista.
—.


Andrea ci porta nel cuore della "grapperia". E' un locale alto, costruito come una capanna, mattoni rossi a faccia vista e tetto di legno. Sembra un soggiorno d'altri tempi, non un laboratorio.
Ieri abbiamo fatto l'ultima bollita. —, ci racconta.
Ma è tutto pulito, in ordine, profumato di grappa dai più dolci aromi.


L’alambicco a vapore delle Distillerie Poli è fra i più antichi ancora in funzione. E' composto da caldaiette completamente in rame, come una volta. La vinaccia è riscaldata con vapore fluente e il ciclo di lavorazione è discontinuo.

La vinaccia arriva fresca fresca dalle cantine, subito dopo la svinatura. Appena arrivata viene caricata dentro a delle cisterne in acciaio, e da lì inviata alle caldaiette.
Dentro alle caldaiette ci sono dei cestelli impilati, che servono a tenere sollevate le vinacce così che il vapore le attraversi con più facilità.
Caricata la vinaccia nelle caldaiette inizia la distillazione. Fanno la cosiddetta "cotta". Aprono il condotto del vapor eposto sotto alla caldaietta, e dopo circa tre ore, esaurita la materia prima, le caldaiette vengono scaricate. Subito vengono riempite di nuovo con vinaccia fresca, e via per un'altra cotta.



Il vapore che attraversa le vinacce si carica dell'alcol che si trova nelle vinacce, facendolo evaporare, assieme ad altri composti organici volatili, gli aromi, presenti nella vinaccia.
Più le vinacce sono fresche, e più sono buone le uve da cui provengono, più profumata e ricercata è la grappa che si ottiene.
Il vapore carico di alcol viene poi introdotto nella colonna di distillazione, dove, per effetto del raffreddamento del vapore, si ha la condensazione dell'alcol separato dall'acqua.
Qui interviene in maniera importante il mastro distillatore. Un sistema di valvole e condotti permette di selezionare il distillato migliore.




Il primo alcol che si condensa, la cosiddetta "testa", viene scartato in quanto contiene le frazioni più volatili, come l'acetaldeide ed altri acetati.


La seconda frazione, quella nobile, detta "cuore", costituita dall'alcol etilico è quella che viene conservata.
Infine si scarta l'ultima frazione del condensato, i composti più pesanti che vaporizzano a temperature più elevate dei precedenti, cioè la "coda", che contiene composti artefici di valori organolettici scarsi se non sgradevoli.


Sta all'esperienza ed al naso del mastro distillatore la buona riuscita...

La grappa che si ottiene ha un contenuto alcolico di circa 80%. Successivamente verrà "lavorata" attraverso l'aggiunta di acqua ed aromi. Imbottigliata giovane, oppure dopo un invecchiamento più o meno lungo in piccole botti di legno.





La grappa è acquavite di vinaccia prodotta in Italia, nel Cantone Ticino, in Val Calanca, Val Bregaglia, Val Mesolcina o nella Valle di Poschiavo con uve delle relative regioni.


La grappa può essere anche classificata in base all'affinamento e/o lavorazioni che segue alla distillazione:
Giovane (non invecchiata)
Aromatica (derivante da uve aromatiche quali moscato, Traminer aromatico)
Invecchiata (minimo 12 mesi d'invecchiamento in legno sotto controllo ex UTIF, oggi Agenzia delle Dogane)
Riserva Invecchiata o Stravecchia (minimo 18 mesi d'invecchiamento in legno sotto controllo UTF)
Affinata o barricata, sono termini che non danno nessuna indicazione del tempo di giacenza nei legni e sono grappe non sotto controllo UTF.
Aromatizzata (con aggiunta di aromatizzanti naturali come erbe, radici o frutti) o parte di esse.
Ovviamente le classificazioni possono coesistere. Per esempio una grappa può essere giovane e aromatica.